La Politica - Discorso di Saverio Borrelli in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario 2002

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Alcuni significativi stralci dal discorso pronunciato dal Procuratore Capo di Milano, Saverio Borrelli,  in occasione della inaugurazione dell'anno giudiziario 2002.

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… Porgo il mio saluto, infine, ai cittadini, anzi, "alle loro maestà i cittadini", come soleva dire il compianto Prefetto Carmelo Caruso, avvicinati oggi da un lodevole interesse a questa cerimonia, del resto non esoterica nonostante il paludamento, ma a loro destinata.
 
  Che dire poi del recente, soccorrevole tentativo di sabotaggio di un processo, proveniente addirittura dall'esterno, da un elevato livello esterno, sotto l'ingannevole specie dello scrupolo legalitario?.

 … Passando ai reati contro la pubblica amministrazione, è ormai la terza o quarta occasione annuale in cui le procure della Repubblica osservano come la modificazione della norma sull'abuso d'ufficio, restringendo notevolmente l'area concettuale di tale reato - che consentiva l'innesco di indagini spesso evolventi nell'accertamento di corruzioni o concussioni - abbia sottratto un valido strumento per portare alla luce i casi di malamministrazione, donde una flessione nelle iscrizioni, ma certamente non nella perpetrazione (per gli indizi che se ne colgono) di delitti di mercimonio delle funzioni pubbliche.  

Si tratta di reati ben raramente o quasi mai rapportati dalle polizie, scarsamente attrezzate per agire d'iniziativa e comprensibilmente guardinghe verso settori della pubblica amministrazione che potrebbero trovarsi sotto il patronato di parti politiche, mentre ben diverso è il modo in cui può muoversi la magistratura, almeno finora, e diversi e più sofisticati sono i canali attraverso cui gli episodi possono emergere agli occhi dei pubblici ministeri.


E sempre alta, checché scrivano i giornali da anni a questa parte sulla "fine di mani pulite", è l'attenzione delle procure sui fatti di corruzione,
nonostante l'insofferenza degli ambienti volta a volta toccati dalle indagini.

…La qualità del servizio giustizia reso ai cittadini dipende certo dal livello intellettuale, professionale, morale degli appartenenti all'ordine giudiziario, tuttavia dipende in pari misura dalla capacità e volontà negli altri poteri di fornire alla magistratura gli strumenti necessari per garantirne l'indipendenza e l'efficacia di azione, e dal clima di fiducia e di rispetto che il contesto crea attorno ad essa nella comunità nazionale, oggi anche in quella internazionale.

Non sembra che gli scenari attuali giustifichino, in linea generale, valutazioni ottimistiche, non foss'altro per il continuo parlare e scrivere di riforme della giustizia, quando in realtà il nostro mondo, dopo aver attraversato una stagione di incisivi cambiamenti ordinamentali e processuali, avrebbe bisogno semmai di una fase di assestamento ermeneutico e non del preannunzio di ulteriori scosse telluriche, con il senso di precarietà, di disimpegno, di protratta incertezza che ne può derivare.

Ma c'è dell'altro. Le riforme annunciate, meglio minacciate ad ogni pie' sospinto con trasparenti intenti punitivi verso una magistratura certamente non al massimo dell'efficienza ma altrettanto certamente indipendente, ben poco hanno a che fare con l'efficienza.

 
… Di altri fenomeni di questa sconcertata fase della nostra civiltà giuridica deve pur farsi menzione. Le accuse generiche di parzialità preconcette, formulate contro i giudici, con l'insistenza martellante degli imbonimenti televisivi, da rappresentanti anche elevati della classe politica; l'analfabetismo storiografico che ha indotto qualcuno a lanciare come anatema contro i magistrati la parola "giustizialismo", che nel secolo XX ha indicato una certa ideologia di destra basata sull'interclassismo e su un populismo demagogico dominato dal ruolo carismatico del capo;
la manipolazione della pubblica opinione italiana e straniera, cui uffici giudiziari vengono indicati con il pronto e prono ausilio di media come centrali rivoluzionarie promotrici di complotti internazionali o come falsificatori di documenti (qualcuno ha rievocato recentemente il calunniato "pretore rosso" di fascistica memoria, del quale parlava il mio maestro Piero Calamandrei nell'Elogio dei giudici; ma già Adamo Smith, centocinquant'anni prima, osservava che chi contrasta gli affaristi legati al potere politico si espone ad accuse infamanti, ingiurie, minacce);

la reinvenzione della storia giudiziaria, quando pacchi interi di sentenze di condanna, spesso patteggiate a seguito di confessione, vengono attribuiti a una guerra civile condotta da magistrati contro élites politiche della prima Repubblica affossatesi in realtà da sole, tra l'esecrazione anche di molti odierni convertiti, nelle sabbie mobili della corruzione più sfacciata
(ma forse la sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Craxi è già stata dimenticata);

la minaccia di provvedimenti disciplinari contro magistrati che esprimono su problemi generali e tecnici il proprio libero pensiero di cittadini e di esperti; la volgarizzazione di questioni giuridiche - costituzionali e procedurali - per slogan gridati, con voluta ignoranza dei reali contenuti di testi normativi, sentenze, ordinanze, anche da parte di firme autorevoli del giornalismo, per poter demonizzare questo o quel magistrato o collegio giudicante magari poi attaccandolo con esposti o denunzie;

la riduzione infine delle protezioni a magistrati esposti a rischi di incolumità personale per vendette mafiose e/o per rancori politici sapientemente attizzati, conseguente, come è accaduto a Milano, a irremovibili determinazioni che da un vertice, o dal vertice, sono discese per li rami dell'obbediente burocrazia. (Alludo, sì, alludo alla riduzione o soppressione della protezione nei confronti di alcuni pubblici ministeri, che per caso, per puro caso, sono gli stessi che sostengono l'accusa contro il Capo del Governo). Bene, tutto ciò procede in direzione esattamente opposta alla valorizzazione del ruolo del magistrato come scudo della legalità, opposta alla cultura della fiducia nei meccanismi talora laboriosi e complicati per la ricerca della verità, opposta al mantenimento di un clima di serenità che permetta al giudice di operare senza timori e senza aspettative personali, opposta alla solidale unità delle istituzioni cui tanto spesso esortava il mio illustre predecessore Adolfo Beria di Argentine.

Questo non è un discorso di conservazione. Nessuna istituzione, lo so bene, nessun principio, nessuna regola sfugge ai condizionamenti storici e dunque all'obsolescenza, nessun cambiamento deve suscitare scandalo. Purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell'azione, non subisca sopraffazione dagli interessi.

Ma ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività "resistere, resistere, resistere" come su una irrinunciabile linea del Piave.

Ringrazio il Signor Presidente e l'inclito uditorio per avermi prestato così prolungata attenzione e chiedo, con una personalissima nota di profonda commozione, che venga dichiarato aperto per il Distretto di Milano l'anno giudiziario 2002.